Dario Tironi

La società dei consumi, l’“affluent society”, caratterizzata da una forte espansione e “democratizzazione” dei beni, ha nel tempo posto le condizioni per lo sgretolamento del tessuto sociale e per la crisi di identità dell’uomo contemporaneo.
Affrancatosi infatti dall’idea di conservare, intesa come preservare se stesso e l’ambiente in cui vive, l’homo consumens ha trasformato la società post-moderna in un luogo di produzione di rifiuti, di scarti e di incertezze, dove stabilità e durata sembrano valori desueti e incomprensibili. In un ciclo incessante di rinnovamento e rimozione, dimenticare è importante e sostituire fondamentale! In questo panorama di cambiamento compulsivo, l’arte rivoluziona il senso del “rifiuto” e si insinua tra le pieghe di una coscienza collettiva vaga e approssimativa, per provare a ricucire i tessuti del corpo sociale.
L’oggetto di recupero oggi trascende l’ambito del ready made e del “riporto” Pop per assolvere il compito di simbolo della frammentazione e della sparizione di una identità culturale che si fa globale. Rientrano perfettamente in questo ambito di
ricerca i lavori di Dario Tironi, anatomie di un corpo, quello collettivo, affetto da amnesia, bulimia del possesso, ansia e aspettative sociali. Tironi crea delle straordinarie sculture inglobanti, capaci di rimandare simultaneamente al passato con l’armonia della statuaria classica e al futuro attraverso i materiali di cui si compongono.
Nell’opera dell’artista i rifiuti sono memorie recuperate, echi di un passato recente, tasti che aprono i cassetti dei ricordi, dove pezzi di bambole, giocattoli, dispositivi elettronici e vecchi utensili, toccano le corde malinconiche di chi le osserva.

Lavora soprattutto con il disegno, attraverso segni grafici semplici ma distorti, come linea-cerchio-numero-lettera, tentando di evocare frammenti e legami, possibilità di ricongiungimento o di fuga, nuclei sicuri e spazi vacui. Un’immaginario inconscio di sentimenti e ossessioni e turbamenti interiori.